domenica 8 marzo 2020

LA VITA E LA MORTE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS (E OLTRE)



Se c'è qualcosa di positivo innescato da questa improvvisa diffusione del Coronavirus (ribadisco, meglio non parlare dell'irrazionale panico che ha suscitato) è che ora si fanno tanti progetti per rivedere in Italia il Sistema sanitario nazionale, rimediando ai pericolosi tagli su tagli alle strutture e alle prestazioni che sono state perpetrati negli ultimi anni, ovviamente non tenendo conto dell'eventualità di un'emergenza come quella che si sta verificando in questi giorni. Altrettanti progetti (a parole) si fanno per una riorganizzazione del lavoro per renderlo più smart, cioè più flessibile perché fatto da casa, e della scuola, per creare similmente possibilità di fare lezione da remoto, con gli studenti piazzati davanti a un computer. Non mi meraviglia più di tanto il fatto che invece, nonostante la paura della morte che aleggia sul capo di migliaia e migliaia di persone, nessuno si sia azzardato a parlare dell'argomento. La paura c'è, ma è un tabù, si deve ignorare, non si deve affrontare, anzi possibilmente bisogna esorcizzarla, dicendo che con il coronavirus può interessare solo le persone molto anziane e con delle patologie concomitanti. Come a suggerire  un po' a tutti: coraggio, se siete ancora giovani o relativamente giovani potete sperare, tanto la morte può ancora tardare a venire. La morte come qualcosa scisso dalla vita, come qualcosa da rifuggire a ogni costo, da tenere assolutamente lontana dai nostri pensieri. Invece questa diffusione del virus, se davvero è così catastrofica, dovrebbe essere anche l'occasione per rivedere il nostro rapporto con questa realtà ineluttabile, ma così spaventosa. Tutti dobbiamo morire, prima o poi, vogliamo ammetterlo? E allora, intanto, dovremmo chiarirci che cosa rappresenta per noi la nostra morte: la fine dei nostri affetti? dei nostri progetti? dei nostri viaggi? dei nostri possessi? Tutte proiezioni, dopo tutto. Idee, fantasie. Non realtà. Perché la realtà è che, come diceva Epicuro, “quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo noi”. Certo, è un'impresa ciclopica creare in noi un distacco da tutto quello che la mente ci propone, da tutti i legami consci e inconsci che ci collegano alla vita d'ogni giorno. È il nostro mondo. Effimero, evanescente, in continua trasformazione, ma è il nostro mondo. E allora? Allora dovremmo davvero, nonostante tutto, cercare di non rimandare più in là la soluzione di questo problema-enigma della nostra vita, ma deciderci una volta per tutte ad affrontarlo, a calarcisi fino in fondo. Perché è là, all'orizzonte. Non potremo sfuggirgli. Analizzarlo potrebbe voler dire liberarcene e finalmente vivere senza questo incubo, più o meno sopito nella nostra mente. E in occasione del Coronavirus tornato prepotentemente alla luce della nostra coscienza.
Mi piace, a questo punto, riproporre un fondamentale brano di Osho, tratto dal suo libro (che io conservo come una reliquia perché pieno di spunti, non interessanti, ma molto, molto di più, dal titolo La danza della luce e delle ombre, Universale Economica Fetrinelli, sezione Oriente.


Come affronti la morte?
Io muoio ogni momento, non accumulo la morte; per cui non è un problema. Se vivi veramente, la morte non è affatto un problema: non hai bisogno di affrontarla, perché non esiste.
La morte è un problema creato artificialmente. Cerca di comprendere: se non permetti al tuo passato di morire, il passato continua ad accumularsi, diventa un peso, diventa un fardello. Se lasci morire il passato istante per istante, mentre il tempo scorre, se la fai finita immediatamente, rinasci ogni momento e non accumuli il peso morto del passato. Così facendo non accumuli la morte e quindi non c'è alcun problema da affrontare, nessun problema da risolvere; sei nuovo ogni momento, e sai che quella freschezza è eterna, è senza tempo. Anche quando arriverà la cosiddetta morte, non morirai: al momento della morte la vita diventa passato e tu non ti ci aggrappi. Nel corso della vita hai imparato una cosa: a non aggrapparti. Così, al momento della morte non ti aggrappi alla vita, e il problema non sussiste. Se ti aggrappi alla vita, avrai paura della morte; il problema nasce se ti aggrappi alla vita.
Perché ti aggrappi alla vita? Ti ci aggrappi perché non sai come viverla, non ti è mai stato insegnato a vivere la vita. Il danno che hai subìto è profondo, sei stato condizionato in modo tale che ora non sai vivere. Non vivi la vita, perciò nasce la paura. Non vivi mai niente con totalità. Non vivi totalmente, non piangi totalmente, non ridi totalmente, hai dimenticato il linguaggio della totalità. Non conosci più il significato della parola totalità: sei sempre parziale. Anche nell'amore non vai mai fino in fondo, non permetti all'amore di accadere totalmente; continui a opporgli resistenza.
Continui ad accumulare il passato, il che significa accumulare morte intorno a te. Quel passato congelato diventa sempre più pesante, perché cresce giorno dopo giorno. E la tua vita è molto delicata e vulnerabile, se le carichi addosso il peso morto di quel passato, la stronchi. E il passato non ti permetterà di vivere e nessun momento con totalità, ti frenerà sempre. Vorresti proseguire, invece ti trattiene, e anche se avanzi, non vai mai fino in fondo. È per questo che non provi appagamento in niente, non sei mai soddisfatto. Non hai mai amato, non hai mai riso. Certo, hai riso tante volte, ma la tua risata non è mai stata totale; è sempre stata parziale, incompleta.
Non sei ancora consapevole di cos'è la vita: non hai ancora danzato quella vita, non hai ancora cantato quella canzone. Quando vivi la vita nella sua totalità, momento per momento, non hai paura della morte, non hai paura di nulla. Hai vissuto la tua vita, hai goduto delle sue benedizioni, e ora ti senti grato; inizi a vedere la morte come un momento di riposo, nient'altro. La morte non riuscirà a portarti via nulla perché tutte le cose che potrebbe prenderti le hai già abbandonate prima del suo arrivo; non le hai mai accumulate. E la morte non distruggerà nulla perché sai come vivere ogni momento con totalità. Quando la morte arriverà, vivrai con totalità anche quel momento.


La morte fornisce un contesto, diventa lo sfondo, la lavagna sulla quale viene scritta la vita. Mentre sei vivo non riesci a sentire la vita così chiaramente, così nitidamente, con tanta sensibilità, ma al momento della morte, per via del contrasto, questo diventa possibile. È come vedere le stelle di notte. Più la notte è buia, più le stelle appaiono brillanti. Durante il giorno le stelle sono ancora lì, non sono andate da nessuna parte, non possono spostarsi; dove potrebbero mai andare? Sono ancora lì, ma a causa della luce del sole non riesci a vederle. La loro brillantezza si perde nella luce del sole. Di notte puoi vederle: belle, brillanti. La stessa cosa accade nella morte; la vita diventa una stella che brilla luminosa.

Mi chiedi: Come affronti la morte?
Io non so cosa sia la morte perché continuo a morire momento per momento, continuo a morire al mio passato attimo dopo attimo. Io non vivo nel passato, e dato che non vivo nel passato non vivo nemmeno nel futuro: il futuro è sempre una proiezione del passato. Un passato morto e sepolto crea un falso futuro; e soltanto questo momento è reale.
Io sono qui: assapora questo momento – dov'è il problema della morte? Come potresti morire in questo momento? La morte è sempre un problema di proiezione – un giorno morirai, è solo una deduzione –, un giorno accadrà. Qualcuno è morto oppure hai visto una persona morire, e ora hai paura pensando che un giorno accadrà anche a te. Ma hai veramente assistito a quella morte? No, ne hai semplicemente visto l'espressione esteriore; non hai visto cos'è successo all'interno di quella persona.
Nessuno è mai morto, la morte è la più grande menzogna; la morte non esiste, esiste soltanto la vita. La vita è eterna. Se abbandoni il passato, scompare anche il futuro, e nel presente non c'è la morte, nel presente c'è soltanto la vita.

Fa sì che questo momento sia il momento. Non vivere nel passato perché nessuno può veramente vivere nel passato, non esiste più. E non costruire il tuo palazzo nel futuro; non può essere fatto, il futuro non esiste. Vivi in questo momento.
Gesù dice ai suoi discepoli: “Guardate i gigli nei campi come sono belli. Persino re Salomone, in tutta la sua gloria, non era così splendido”. E qual è il segreto dei gigli nel campo? Vivono nel momento presente. Il giorno è oggi, la notte è stanotte; questo momento è tutto ciò che esiste.
Allorché inizi a vivere nel momento presente, sei costantemente in contatto con la vita. La vita ti rinnova, la vita ti ringiovanisce in ogni momento.
Sì, il corpo un giorno sparirà, ma quella non è morte – è semplicemente un corpo stanco che va a riposare. Certo, la mente si dissolverà, perché l'hai usata a lungo è si è logorata. Cosa vorresti? Vorresti forse usare la mente per sempre? Non ti sei già stufato della tua mente? Lavora dal giorno in cui sei nato e continuerà fino al giorno in cui muori – settanta, ottanta, novant'anni… La mente è uno strumento. Mostra un po' di compassione verso questo povero strumento; piano piano invecchia, piano pian inizia a non funzionare più così bene – hai bisogno di uno strumento nuovo.
Questo corpo invecchia, questo corpo si deteriora; è uno strumento. Ed è uno strumento incredibilmente intricato e complesso; la scienza non è ancora riuscita a inventare niente di simile. Il corpo ha così tanti automatismi… Pensi che l'automazione sia qualcosa di nuovo? Il tuo corpo possiede infiniti automatismi da milioni di anni.
Quando mangi, il cibo viene digerito automaticamente; non sei tu a doverlo digerire. Quando respiri, il sangue si arricchisce di ossigeno e rilascia anidride carbonica; non te ne devi occupare tu personalmente. Pensa se fossi tu a dover fare tutte queste cose! Impazziresti in un solo giorno; non riusciresti a sopravvivere. Nel corpo quasi tutto viene automaticamente, e per settanta, ottanta o novant'anni lo strumento del tuo corpo funziona perfettamente. Sì, qualche volta ti ammali, qualche volta non stai bene, qualche volta soffri di questo o di quello, ma non significa niente. Di fronte a uno strumento talmente complesso e delicato, qualsiasi malattia è irrilevante; il fatto stesso che tu esista è già un miracolo, essere a volte sano è già un miracolo.
Ma qualsiasi strumento si logora, persino il metallo si stanca – gli scienziati asseriscono che il metallo si stanca. Mentre ti parlo, si stancherà non soltanto il mio corpo, anche questo microfono si stancherà. Tutto si stanca e tutto ha bisogno di un po' di riposo.
Morire vuol dire semplicemente riposare, niente di più; il corpo si dissolve negli elementi, ritorna alla terra per riposare ma rinascerà di nuovo in migliaia di altri corpi, ritornerà alla vita. Non riesci a vedere che succede ovunque? Quando arriva la primavera gli alberi si riempiono di boccioli, poi i fiori appassiscono, ritornano alla terra. Poi arriva l'autunno, le foglie cadono al suolo e diventano concime: entreranno a far parte del ciclo vitale di qualche altra pianta, faranno parte di un altro albero, torneranno a godere del sole, torneranno a godere del vento, della luna, delle stelle, torneranno a sorridere, a ridere, a cantare la loro canzone – gli uccelli torneranno fra i loro rami e le persone potranno goderne la vista.
È un ciclo che continua a ripetersi. La vita è un'alternanza di azione e riposo, azione e riposo. La vita non è soltanto ciò che tu chiami vita; anche la morte fa parte della vita. La morte non è la fine della vita, è parte della vita; infatti, è grazie alla morte che la vita può esistere, perché tramite la morte la vita entra in una fase di riposo dove si ricarica di energia e vitalità prima di tornare. È come andare a dormire quando cala la notte: è così, dormire è una piccola morte; muori per alcune ore. Se di notte dormi bene, la mattina seguente sei fresco, ringiovanito, nei tuoi occhi c'è di nuovo una scintilla, i tuoi piedi sanno nuovamente danzare, ti senti nuovamente pieno di gioia e di brio. Se invece non hai dormito bene, ti sentirai stanco.
Quindi impara a vivere bene e morire bene. Quando è il tuo momento di morire, muori totalmente così quando rinasci, rinascerai pieno di vitalità. E, in definitiva, perché preoccuparsi della morte, allora? Sei passato attraverso molte morti, ma non ti interessano più. Chissà, potresti essere stato Alessandro Magno… Ci sono in giro tanti pazzi: forse sei stato Gengis Khan opere Adolf Hitler… qui ci sono tanti tedeschi! Chissà?
A questo mondo succede di tutto, ma tu non ti preoccupi. Anche se qualcuno ti dicesse che sei stato Alessandro Magno, diresti che la cosa per te non significa niente. Cosa importa infatti? Ma mentre eri Alessandro Magno, ti importava, e avevi il terrore della morte.
Morirai, e allo stesso tempo non morirai. Il corpo si stanca, la mente si stanca, l'ego si stanca… e la realtà dentro di te, il vero padrone – la consapevolezza – fa un balzo, cerca di trovare un altro capo, di entrare un altro utero e continuare il suo viaggio.
Poi arriva un momento in cui ti senti stanco di questi continui cicli della vita. Inizi sentendoti stanco di un ciclo, ma poi ne cominci un altro al quale ne segue un altro e un altro ancora – ruota della vita dopo ruota –, ma arriva un momento in cui diventi sempre più cosciente di quello che accade. Ti senti stanco, non soltanto di quella vita, ma della vita in sé, di questo costante andare e venire, quello che gli hindu chiamano awagaman: andare e venire.
Il giorno in cui ti stanchi sul serio di questo andare e venire, diventi una persona religiosa. Un nuovo elemento è entrato nella tua consapevolezza, un nuovo raggio di luce, è il momento in cui cominci a pensare al nirvana.
Normalmente la morte significa terminare una vita così che tu possa iniziarne un'altra; il nirvana è liberarsi di tutte le vite e non dover più vivere in quanto individuo – inizi a vivere in quanto universo, inizi a vivere in quanto essenza divina. Allora non c'è più bisogno di tornare di nuovo ad abitare un corpo, una mente, un ego.

mercoledì 26 febbraio 2020

SIAMO POLVERE DI STELLE, MA DI ALTRE GALASSIE


Sorprendente, affascinante ipotesi scientifica che ci spalanca lo sguardo sull'universo e suscita in noi inattesi interrogativi. Ecco che cosa scrive Matteo Marini su La Repubblica Scienze.

“Siamo fatti della stessa materia delle stelle”, scriveva l'astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan in Cosmos ben 37 anni fa. Ma ora sappiamo che metà di quella “polvere” proviene da stelle lontane, molto lontane, addirittura fuori dalla nostra galassia. La teoria si deve a un gruppo di astrofisici che cono riusciti a risalire, grazie ai calcoli di un computer, all'origine degli atomi di cui è fatta la Via Lattea. Compreso il nostro Sole, i pianeti e anche noi, gli inquilini di questo granello di materia, adesso siamo ancora più “cittadini dell'Universo”.
Le stelle sono dentro di noi: «L'azoto del nostro Dna, il calcio dei nostri denti, il ferro del nostro  sangue e il carbonio della nostra torta di mele», diceva Sagan. Così come i peli del nostro gatto che poltrisce sul divano, il divano stesso e la carta, o lo schermo, sul quale state leggendo questa storia. I miliardi di miliardi di atomi che li compongono sono materia intergalattica che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce e infine si è riunita, compressa dalla sua stessa gravità.
Ma com'è arrivata fino a qui? Grazie ai venti galattici, scatenati dall'esplosione di supernove, stelle massicce giunte alla fine della loro vita. Sono fenomeni dall'immensa energia: le più potenti arrivano a essere anche diverse volte più luminose dell'intera Via Lattea. «Sapevamo già che siamo polvere di stelle - spiega Amedeo Balbi, professore associato al Dipartimento di Fisica dell'Università di Roma Tor Vergata, e divulgatore - cioè di materiali diffusi nell'Universo da queste esplosioni che arricchiscono il mezzo interstellare. Questi venti sono correnti di particelle cariche che, a quanto risulta dallo studio, spargono atomi non solo nelle vicinanze, ma su distanze tanto grandi da arrivare fino alle galassie vicine». Viaggiano per il cosmo a velocità di migliaia di chilometri al secondo. Per formare nuove stelle e nuove galassie.
Ad aiutare i ricercatori è stato un computer che ha simulato l'ambiente intergalattico. Uno scenario virtuale ricreato grazie al progetto Fire (Feedback in realistic environment) della Northwestern University. E i risultati sono stati sorprendenti. Il team internazionale, coordinato da Claude-André Faucher-Giguère, della Northwestern, ha dimostrato che galassie come la Via Lattea (che contano almeno 100 miliardi di stelle) si sono accresciute maggiormente proprio grazie a questo apporto, o furto, “ai danni” delle vicine. Pressoché il 50 per cento della materia che le forma proviene proprio da altri angoli dell'Universo. Nel nostro caso la grande e la piccola nube di Magellano, le più vicine alla nostra ma distanti 160.000 e 200.000 anni luce.
È da questi suoi satelliti che la Via Lattea ha riciclato la maggior parte del materiale con un processo che si ripete dalla nascita del
l'Universo. «Tutto quello che serve è cucinato dentro le stelle: la prima generazione, dopo il Big Bang, aveva a disposizione solo idrogeno ed elio» racconta Balbi «poi le generazioni successive hanno cominciato a produrre elementi più pesanti. E ogni volta che una stella esplode quel materiale viene rimesso in circolazione nelle nebulose, che sono anche la culla di nuove stelle». E da quelle nebulose che “accendono” gli astri siamo nati anche noi, una volta che la materia prima è stata a disposizione. «Succede quando quelle nubi molecolari hanno abbastanza elementi pesanti, polveri e molecole complesse per formare anche i pianeti e poi molecole ancora più complesse che servono agli organismi viventi» conclude Balbi. «Anche se per ora siamo l'unico esempio che conosciamo».


(Nella foto in alto, la nebulosa di Orione)

venerdì 7 febbraio 2020

LA MISTERIOSA E TRAGICA FINE DI LUPO GRIGIO, L'UOMO CHE DIFENDEVA LA SUA COLLINA



Dolore e rabbia. Sono i sentimenti che ho provato leggendo della terribile fine di Mauro Pretto, un uomo di 47 anni che da 18 anni viveva come un eremita, ucciso davanti alla porta della sua casa sui Colli Berici. Un uomo amante della natura,  pacifico e pacifista, indifeso, stroncato da un colpo di fucile sparato da un misterioso killer che nessuno finora è riuscito a individuare. Nelle pagine del Corriere della Sera, Andrea Pasqualetto ha scritto un articolo su questa terribile vicenda che mi ha commosso molto, e che desidero riportare qui. Perché ci fa riascoltare il pesante silenzio di una morte tragica e dimenticata.

Mauro aveva scelto la collina di Gazzo. Viveva nell'ultima casa di una stradina sterrata che serpeggia fra prati e castagni e spunta di colpo dietro una curva, alta e malferma come una vecchia sentinella. Tutto intorno, il dolce saliscendi dei Colli Berici di Zovencedo, in fondo, al di là dei boschi e delle doline, invisibile,Vicenza. Sulla cima della sua collina Mauro ha vissuto solitario per 18 anni, un po' pastore, un po' boscaiolo, un po' falegname. Sognava un gregge di pecore e nel suo periodo d'oro era riuscito anche ad averne una ventina ma durarono poco perché non riusciva a controllarle e i conti non tornavano. Decise così di dedicarsi al bosco, alla collina, che curava come fosse sua, e ai suoi quattro cani, Laica, Elsa, Robi e il vecchio Pedro che avrebbe dovuto badare al gregge. Qualcuno lo chiamava “Lupo grigio” perché questo era il nome da lui usato per comunicare con la ricetrasmittente. Ma per tutti era l'eremita della valle, che lottava contro gli egoismi della modernità per difendere il suo ambiente selvaggio. Una lunga battaglia, la sua, che durò fino alla mattina del 13 maggio 2017, quando fu trovato sull'uscio di casa steso a pancia in su, la camicia macchiata di sangue, gli occhi sbarrati. Accanto a lui solo Pedro che ululava senza sosta dopo aver strappato la catena alla quale Mauro lo legava ogni notte.
Non c'erano dubbi su cosa fosse successo e la pallottola che aveva nel petto lo confermò. Un colpo di fucile sparato da breve distanza da un misterioso killer venuto dal bosco. Mauro Pretto aveva 47 anni ed è morto così, freddato sulla porta di una casa che lui stesso aveva reso abitabile sistemando il rudere che era. Nonostante la solitudine, aveva una compagna. Si chiamava Anna, ha qualche anno in più e come lui non ama la città. Ma, a differenza di Mauro, in città vive e lavora. Fa l'impiegata alle poste di Montecchio Maggiore, terra di capannoni e di grande traffico. Abita in un appartamentino di un anonimo palazzo di periferia. «Prego, benvenuto nella piccola fattoria». Anna Giro vive con una gatta sorda, Desi, un canarino, e Robi, il meticcio di Mauro. «Questo è il mio mondo, esco solo per andare al lavoro e fare la spesa. Da quel giorno tutto è cambiato per me. Non ho più voglia di vedere gente». Ora l'eremita è lei, dice. Natale e Capodanno li ha festeggiati con Robi e Desi. «Preferisco stare con loro che almeno sono affettuosi». Non ci sono dubbi: è molto giù di corda e la causa prima è quella, il delitto. «Mauro era molto importante per me… era unico… un uomo libero e molto semplice, non ho mai conosciuto un uomo più semplice. Forse non esiste nemmeno. Lui difendeva l'ambiente e lo curava senza un tornaconto. E amava gli animali al punto da rinunciare a mangiare per loro. Mauro prima preparava per i cani e poi per sé, se ce n'era. Ecco, hanno ucciso un uomo così… e l'assassino è ancora in libertà».
Già, non l'hanno mai preso. Molti sono stati sospettati ma nessuno è finito nel registro degli indagati delle procura berica. «Obiettivamente abbiamo fatto tutto quello che era possibile», sospira il comandante del reparto operativo dei carabinieri, Alessandro Giuliani, che ha guidato l'inchiesta battendo varie piste. «È una di quelle vicende che mi è rimasta qui e non me ne faccio una ragione». Il giallo, dunque, rimane. I soli che hanno visto il killer non hanno il dono della parola: Pedro, Robi… Gli inquirenti hanno sondato il mondo dei cacciatori, dei boscaioli, dei centauri, categorie umane per le quali Lupo grigio non nutriva grandi simpatie.
«Ti spiego com'era: Mauro cercava di impedire lo sfruttamento indiscriminato della valle», spiega Anna mentre guarda il quadretto della foto che più le piace, dove lui fuma e guarda lontano. «Per esempio: i boscaioli. Diceva, io non sono contrario al taglio della legna ma deve esserci una misura e invece loro tagliano solo per far soldi, per avarizia, e uccidono così il bosco. E quindi litigava con loro. I cacciatori, non ne parliamo… Quelli con le moto che sgommavano dappertutto, altre baruffe». La lista è lunga: «Aveva poi fatto anche la battaglia contro l'apertura di una miniera… Quando aveva le pecore se l'era presa con uno che metteva il fertilizzante…».
Considerava la valle come il giardino di casa. «Tagliava l'erba, scavava le canalette per l'acqua perché la collina non franasse, potava gli alberi… anche di qualche giardino privato e così tirava su 10-20 euro e con quelli comprava la benzina della motosega e qualcosa per i cani… Averne di Mauro.
Si erano conosciuti nel 2008: «Lui stava vivendo un periodo difficile e ogni tanto i miei amici gli portavano su qualcosa di buono da mettere sotto i denti. Ci siamo conosciuti così, mi è piaciuto subito. Ho vissuto anche un periodo in quella casa, ma non ce l'ho fatta. Era troppo dura lassù. Andavo comunque a trovarlo e ci sentivano tutti i giorni». La sera prima del delitto l'aveva chiamata per il solito saluto. «Erano le 20,20. Mi aveva detto che andava a letto perché il giorno dopo doveva svegliarsi presto per portar su delle assi di legno. Doveva fare le cucce per i cani». Si sarebbe fatto aiutare da Davide, il vicino. Vicino si fa per dire visto che abita con Sanja a mezzo bosco da lui.
«Era passato da noi alle 8 di sera per un caffè, sembrava tranquillo», confermò Davide. «Eravamo d'accordo di trovarci la mattina alle 6 per il legno. Il giorno dopo, visto che non arrivava, sono andato su a vedere cos'era successo e l'ho trovato lì, così…». Basta citare Mauro e a Sanja vengono gli occhi lucidi. «Quando avevo perso i capelli per la chemio e lui mi vide piangere è andato a casa e dopo mezz'ora è tornato con i capelli tagliati solo per farmi sorridere…».
Gino Bertese, che qui ha una bella casa, ricordò che «raccoglieva anche i mozziconi di sigaretta e fermava tutte le moto che correvano sullo sterrato, quelli però avevano diritto di correre». Ma la legge di Lupo grigio non era di questa mondo.
«Detestava il sistema, la cosiddetta civiltà, la trovava ipocrita e famelica e per questo se ne stava lassù…», scuote la testa Anna che si alza, apre la credenza e fruga tra mille scatole. «Ho tenuto un sacchettino con una cosa interessante. Eccolo… Vedi questi: sono mozziconi di sigaretta. Li ho trovati davanti alla casa di Mauro dopo il delitto». Mozziconi di Camel. «A parte il fatto che lui le sigarette spente le metteva sempre in tasca perché non voleva inquinare la Terra, ti assicuro che non fumava Camel, solo Ms. L'ha detto ai carabinieri?  «L'ho detto sì, subito, ma non sono mai venuti a prenderli. Li ho comunque tenuti, chissà mai che un giorno servano. Il mio sogno è dargli giustizia e trovare il colpevole. Chiunque sia, sappia che ha ucciso un uomo puro, come si può vivere con questo peso sulla coscienza? Mauro…». Anna si ferma, cerca un respiro per reprimere la commozione.
«…Non apparteneva a questo modo e questo mondo l'ha eliminato…». Dura, durissima.
L'assassino, la brutalità del gesto, la vittima sola, idealista, senza difese. Due estremi che quella notte si sono forse guardati in faccia. Uno aveva il fucile e ha fatto fuoco e tutto è finito. Chi sarà quest'uomo? Chi è il killer dell'eremita? «Difficile… Mi hanno detto per esempio che il giorno dopo il delitto c'era un tipo del posto che voleva suicidarsi e aveva bevuto della candeggina. Mi piacerebbe sapere perché quello voleva suicidarsi. Altri dicono che Mauro avesse baruffato per la legna…». Lupo grigio litigava e lottava per difendere la collina. «Mi manca da morire», sussurra Anna stringendo Robi. «Ci manca da morire, vero piccolo? Mi manca la sua semplicità, la sua purezza. Mi mancano i suoi occhi che guardavano il mondo in un modo diverso. Erano occhi rari, unici».

Già, una bella fiaba con un finale molto triste.

In alto, un'intensa immagine di Mauro Pretto.
Qui sopra, il casale
sui Colli Berici, in provincia di Vicenza,
che Mauro aveva reso abitabile
e nel quale ha vissuto
come un eremita per diciotto anni.  

giovedì 26 dicembre 2019

LA CULTURA DIGITALE MINACCIA ANCHE IL NATALE



Sul Natale, su che cosa rappresenta per una gran parte dell'umanità e su come viene vissuto ormai a livello planetario, ecco di seguito l'interessante opinione del giornalista e scrittore Corrado Augias, raccolta dal blogger Nicola Mirenzi in un'intervista pubblicata su Huffingtonpost Italia, che mi sembra davvero utile leggere per una profonda riflessione. Tra alcuni anni, potremmo anche dimenticarci cosa stiamo festeggiando a Natale: “Per esempio, quasi nessuno ricorda più che il primo dell’anno, il giorno – anzi, la notte – del veglione, dei brindisi, degli auguri, dei fuochi d’artificio, nel calendario sacro è il giorno nel quale si celebra la circoncisione di Gesù. Quanti sono quelli che oggi lo festeggiano per questo?”
Da anni, Corrado Augias – scrittore e giornalista – studia e racconta le figure, le storie e i simboli della religione cristiana, pur essendo egli un laico e un non credente. Alla materia, ha dedicato vari libri, l’ultimo dei quali è Il grande romanzo dei Vangeli (Einaudi), scritto insieme allo storico del cristianesimo Giovanni Filoramo. Come è successo al capodanno, Augias teme che anche il Natale, prima o poi, possa prosciugarsi completamente del suo senso spirituale: “Io apprezzo il Natale, anche al di là del suo significato religioso. Mi piace il presepe. Sono attratto dai suoi personaggi, da Giuseppe e Maria, fino all’ultimo pastorello. Le loro storie sono storie che vanno raccontate. Ciò che detesto, invece, è la deriva consumistica del Natale, che credo andrebbe contrastata anche a costo di farsi nemici i commercianti che, in questi giorni, incrementano considerevolmente il proprio fatturato”.

Augias, ma se alla nascita di Cristo togliamo Dio, non è inevitabile che accada?
Nient’affatto. La figura di Gesù è grandiosa, anche se si fa a meno della teologia. Cristo è un profeta. È l’annunciatore di una spiritualità nuova. È una figura drammatica. Il suo messaggio è rivoluzionario, a tratti utopistico. Considerarlo semplicemente un uomo non toglie nulla alla sua figura. Al contrario, rende ancora più notevole ciò che ha fatto.

Cioè?
Cristo sfida le più grandi autorità del tempo, il potere dell’Impero romano e quello dei sacerdoti del suo tempo, sapendo che lo uccideranno. Il suo sacrificio segue la dinamica del capro espiatorio. Per questo, è l’agnello di Dio. Ora: se noi consideriamo Cristo allo stesso tempo Dio e uomo, sappiamo che come uomo morirà, mentre come Dio sopravviverà; se, invece, noi lo consideriamo come uomo soltanto, il suo sacrificio risulterà ancora più potente. Perché, per testimoniare il suo messaggio, egli ha messo in gioco tutto se stesso. Letteralmente.

E cosa ci dice di non religioso?
Ci dà una visione del mondo, una testimonianza che può essere meditata da chiunque, anche da chi non crede. Credo che, in una fase storica come quella che viviamo, in cui sono scomparsi tutti i punti di riferimento politici, ideologici, morali e giuridici, le scritture sacre possano essere lette alla ricerca non delle verità, ma di un senso.

Leggo Marco: “Va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri; poi vieni e seguimi”. Secondo lei, un messaggio così radicale è veramente compatibile con il nostro mondo?
Forse, non è possibile essere veramente cristiani. Però, è possibile il tentativo di essere cristiani. Gli obiettivi che Gesù Cristo indica sono irraggiungibili e utopici. Non è vero che i miti erediteranno la terra. Eppure, dopo la profezia di Cristo, noi sappiamo che anche quella possibilità esiste. E che ad essa possiamo tendere.

Anche il Natale dovrebbe recuperare l’utopia?
Nel mondo occidentale, non credo sia più possibile. La religiosità cristiana è diventata marginale. E non so se anche i cattolici che vanno a messa la notte di Natale ci vadano per entrare in contatto con l’avvento della radicalità del messaggio cristiano, oppure se prevalga anche in essi l’aspetto rituale e liturgico. I valori spirituali del Natale sono ridotti oggi, nei casi migliori, all’affetto familiare e ai regali. Che va bene, intendiamoci. Ma il mio timore è che con il progredire della cultura digitale, la storia di Cristo, come la storia di molti altri miti, avrà un posto sempre più piccolo nella nostra vita.

Fanno bene allora quei leader, come per esempio Salvini, che insistono sull’identità cristiana per opporsi proprio a questo?
Trovo blasfemo che un richiamo spirituale sia mescolato, anche parzialmente, a un messaggio politico. Mi dà pena e provo fastidio, che lo faccia Salvini, come ha fatto, oppure che lo faccia chiunque altro. La spiritualità è una dimensione che si coltiva di nascosto, da soli con se stessi. Nel momento in cui viene esposta in piazza, si inquina.

Lei cosa festeggia a Natale?
Faccio mio il canto che gli angeli elevano a Dio quando nasce Gesù: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Credo sia una frase magnifica. Racchiude un messaggio universale, che vale per tutti: cattolici e laici.

mercoledì 26 giugno 2019

SIAMO NEL 2019 O NEL MEDIOEVO? DUE STORIE SU CUI RIFLETTERE

Leggo su due quotidiani altrettante storie che ci riportano indietro nel tempo… a qualche secolo fa. Storie che parlano di pregiudizi, per non dire superstizioni. Duri a morire. Mi hanno fatto venire i brividi. Li riporto integralmente, ovviamente con la citazione della fonte.
Cominciamo con la prima. Titola Huffingtonpost.it del 26/6/2019: «Rapiscono il figlio omosessuale e da Padova lo portano in Bulgaria per “rieducarlo”». Sommario: «Mamma, papà e un amico di famiglia organizzano l'operazione: ora rischiano il processo per sequestro di persona». Rischiano? Riflessione mia: In Italia si usano tante cautele nel parlare di persone che si sono macchiate di un delitto, sarebbe bene che si puntasse di più il dito contro di loro quando c'è la certezza che abbiamo commesso l'illecito, al di là della sentenza del processo. La giustizia italiana è troppo permissiva. Comunque ecco di seguito l'articolo senza firma.


«Si amavano, tanto. Ma non tutti vivevano serenamente la loro relazione. E per la famiglia di uno di loro era una “brutta faccenda”, da negare con violenza, stroncare, combattere. È la storia di amore gay di due ragazzi, osteggiata profondamente dalla famiglia di uno dei due.
I genitori così hanno tentato di rapire il figlio D., con il sostegno di un amico, e trasferirlo a forza da Padova, la città in cui studiava e viveva, in una località in Bulgaria sul mar Nero, in casa di alcuni parenti. Tre erano gli obiettivi: allontanarlo dal fidanzato N.: con il quale condivideva l'appartamento assieme ad altri due studenti; lavare l'onta che aveva macchiato la famiglia: tentare di “rieducarlo”. La storia, che risale a quattro anni fa e solo ora arriva a processo, è stata raccontata da Il Mattino di Padova.Ora la coppia di genitori di origine bulgara, ma residente nel Veronese, e l'amico che li ha aiutati rischiano il processo. Il pubblico ministero padovano Sergio Dini ha chiuso l'inchiesta e si prepara a sollecitare il giudizio nei confronti della madre e del padre della vittima, entrambi 44enni, con casa a San Giovanni Lupatoto, e dell'amico di origine serba, 41enne che vive a lavora a Lonigo. Sono molto gravi le accuse: sequestro di persona aggravata, violenza privata e lesioni personali, sempre aggravate e continuate.
È solo una coincidenza l'incontro dei due giovani gay nell'appartamento dove alloggiano assieme ad altri due universitari. Subito si trovano simpatici. Si piacciono. E scoprono anche di amarsi, vivendo quel legame affettivo omosessuale con gioia.All'inizio la famiglia del ragazzo bulgaro non vede o finge di non accorgersi. Poi, incapace di accettare la situazione, decide di    
intervenire. A modo suo: Sul 16 maggio di quattro anni fa i genitori di D. i genitori si presentano nell'appartamento a Padova scortati dall'amico. Il figlio apre la porta di casa, ignaro della trappola.
Il terzetto piomba nell'abitazione dove i due compagni si trovano soli.
L?aggressione è rapida e feroce. N. viene costretto a restare fermo in un angolo per evitare che possa scappare e chiedere aiuto. Quando tenta di intervenire a favore di D:, è minacciato di morte e colpito in pieno volto da un pugno che gli provoca lesioni guaribili in sei giorni. Nel frattempo D. è immobilizzato, trascinato giù dalle scale della palazzina e caricato a bordo di un'auto che sguscia via a tutta velocità».

Da allora del giovane non si sono più avute per tanto tempo. Né è noto in che modo i genitori pensassero di poterlo “rieducare” e convertirlo in “etero”. Per fortuna, alla fine tutta la brutta storia è venuta a galla, e adesso il tentativo di “rieducazione” con le maniere forti, anzi disumane, assurde e inconcepibili, avrà, si spera, la giusta ed esemplare punizione.

La seconda storia riguarda invece la “sfida” al divieto delle autorità francesi da parte di alcune donne musulmane che in una piscina pubblica della città di Grenoble si sono immerse nella vasca intabarrate nel loro burkini, simbolo religioso che non può essere ammesso nella vita pubblica (e giustamente laica) del Paese d'Oltralpe. Riporto il breve pezzo di La Repubblica del 26/6/2019:

«A Grenoble, in Francia, un gruppo di donne musulmane ha manifestato in piscina a favore del burkini, il costume da bagno in linea con i dettami islamici che copre tutto il corpo lasciando scoperti solo mani, piedi e viso. Le donne si sono presentate in piscina con il burkini e nonostante i richiami dei bagnini conto l'indumento vietato hanno fatto il bagno per circa un'ora in mezzo agli altri ospiti della struttura, mentre molti di loro tifavano per le attiviste. Molte piscine in Francia lo proibiscono considerandolo un simbolo religioso islamico, contrario alla laicità dello Stato. Alla protesta hanno aderito i membri della Alleanza cittadina di Grenoble, scesi in campo per difendere quello che viene considerato un diritto delle donne musulmane».

Da La Repubblica ci si potrebbe aspettare qualcosa diverso da un'esultante difesa dei costumi islamici e dell'immigrazione islamica in Europa e nel nostro Paese?.
Peccato che il diritto e la libertà di ciascuno finiscono dove cominciano il diritto e la libertà di qualcun altro. Se vogliono indossare il burkini, magari le signore musulmane farebbero meglio a frequentare le piscine private di qualche loro correlegionario benestante, senza infrangere le leggi, provocare e infastidire chi ha abbracciato altre religioni e non ama le brutte e minacciose palandrane di cui si addobbano, in piscina come in strada. Siamo in Europa, bellezze! Palandrane e veli a casa vostra!


lunedì 10 giugno 2019

SE OSSERVIAMO IL RESPIRO, OSSERVIAMO IN REALTÀ LA NATURA: GLI INSEGNAMENTI DI AJAHN SUMEDHO


Mi piace l'idea di condividere questo bellissimo insegnamento del Reverendo monaco buddhista di origine statunitense Ajahn Sumedho (nato come Robert Jackman), ricco di concetti illuminanti per chi tenta di percorrere la via verso il risveglio. Si parla della tecnica della osservazione del respiro, considerandolo nelle difficoltà che sempre si presentano al meditatore, come le inarrestabili divagazioni della mente, che vanno considerate delle opportunità e non degli ostacoli alla meditazione. Sumedho, che rappresenta in Occidente la tradizione thailandese dei monaci della foresta del Buddhismo Teravada, mette poi in relazione inalazione ed esalazione con i cicli naturali di vita e morte, condizioni che il saggio accetta e rispetta perché, se visti alla luce della vera conoscenza, parlano di perfezione. Un vero piccolo trattato, che chiarisce molte idee a chi crede di non essere adatto alla meditazione. È tutta questione di pazienza, amore e accoglienza verso i pensieri che sorgono in continuazione nella nostra mente e la ricerca caparbia, ma senza aspettative, della pace e del silenzio profondo che vi è associato. Lo scritto di Sumedho è tratto dal volumetto Psicoterapia e Meditazione, a cura di Adalberto Bonecchi, Oscar Mondadori, Milano 1991.  


1.  Abbiamo la tendenza a svalutare ciò che è ordinario. Siamo in genere consapevoli del respiro quando non è in condizione di normalità, come quando abbiamo l'asma o abbiamo corso a lungo. Ma con anapanasati (parola sanscrita che significa: attenzione concentrata sul respiro) prendiamo il nostro respiro ordinario come oggetto di meditazione. Non cerchiamo di forzare il respiro rendendolo lungo o corto, né di controllarlo in qualche modo, cerchiamo solo di stare con la inalazione e l'esalazione normali. Il respiro non è qualcosa di immaginario, ma un processo naturale che ha luogo nel nostro corpo, e che va avanti per tutta la vita, che ci concentriamo o meno su di esso. È quindi un fenomeno sempre presente e possiamo rivolgerci ad esso in qualunque momento. Non è necessaria alcuna speciale qualifica per osservare il respiro, non è neppure necessaria una speciale intelligenza. Tutto ciò che dobbiamo fare è essere consapevoli di ogni inalazione e di ogni esalazione. La saggezza non deriva dallo studio di grandi teorie filosofiche, ma dall'osservazione dell'ordinario.
Il respiro è privo di caratteristiche che possano eccitarci o affascinarci, che possano suscitare in noi avversione o irrequietezza nei suoi confronti. Desideriamo sempre di ottenere qualcosa, di trovare qualcosa che ci interessi e ci assorba senza sforzo alcuno da parte nostra. Ascoltando della musica non ci viene da pensare: «Devo concentrarmi su questa musica ritmica, così affascinante ed eccitante!», il ritmo, così irresistibile, ci tira dentro di per sé. Il ritmo del nostro respiro normale non è interessante ed irresistibile, ma tranquillizzante, e la maggior parte di noi non è abituata alla tranquillità. Alla maggior parte di noi in effetti non piace la pace, anzi l'effettiva esperienza di essa viene trovata deludente e frustrante. Desideriamo stimoli, qualcosa che ci attiri. Anapanasati ci fa stare con un oggetto piuttosto neutrale. Non nutriamo alcun sentimento potente di piacere o di dispiacere nei confronti del nostro respiro: tutto ciò che dobbiamo fare è notare l'inizio di una inalazione, la sua parte mediana e la sua fine; poi l'inizio di una esalazione, la sua parte mediana e la sua fine. Il ritmo gentile del respiro, più lento del ritmo del pensiero, apporta tranquillità, incominciamo a smettere di pensare. Ma non cerchiamo di ottenere qualcosa dalla meditazione, di ottenere samadhi o di ottenere jhana, perché se la mente si prefigge il conseguimento di qualcosa, invece dell'umile soddisfazione del respirare, allora non c'è più alcun rallentamento e non subentra alcuna calma, e diveniamo frustrati.
Da principio la mente divaga. Quando ci rendiamo conto di essere distratti molto gentilmente torniamo al respiro. Sviluppiamo l'attitudine ad essere molto pazienti e sempre pronti a ricominciare da capo. La nostra mente non è abituata ad essere controllata; è stata istruita ad associare una cosa con un'altra e a formarsi opinioni riguardo a tutto. Siamo abituati ad usare la nostra intelligenza ed abilità in modi di pensiero astuti, ed abbiamo la tendenza a diventare molto irrequieti e tesi se non possiamo fare così; praticando anapanasati sviluppiamo inizialmente resistenza e risentimento verso il respiro. È la stessa cosa che avviene ad un cavallo selvaggio che viene sellato per la prima volta: si rivolta contro chi lo lega.
Quando la mente divaga, ci turbiamo e ci scoraggiamo, sviluppando negatività ed avversione nei confronti di tutta la faccenda. Se per la frustrazione tentiamo di forzare la mente alla tranquillità, mediante un atto di volontà, possiamo farcela solo per un breve periodo di tempo, poi la mente se ne va di nuovo da qualche altra parte: così la giusta attitudine verso anapanasati è quella di una grande pazienza: prendiamoci tutto il tempo necessario e mettiamo da parte tutti i problemi mondani, personali o finanziari. In questo esercizio non c'è altro da fare che osservare il proprio respiro. Se la mente divaga sull'inalazione, mette allora più impegno sull'inalazione, se la mente divaga sull'esalazione, mettete allora più impegno sull'esalazione. Continuate a ritornare. Siate sempre pronti a ricominciare da capo. All'inizio di ogni nuovo giorno, all'inizio di ogni inalazione, coltivate la mente del principiante, non portate niente dal vecchio verso il nuovo, non lasciate tracce, come accade in un grande falò.
Inalazione: la mente divaga  e noi la riportiamo indietro. Questo è già di per sé un momento di presenza mentale. Osserviamo la mente esattamente come una buona madre educa il suo bambino. Un bambino piccolo non sa quel che fa, e se la madre si arrabbia con lui, lo sculaccia, lo picchia, il bambino si spaventa e diventa nevrotico. Una buona madre lascia il suo bambino, ma lo tiene d'occhio, intervenendo se si allontana. Con questo tipo di attitudine paziente non passiamo il tempo a danneggiarci, odiandoci, odiando il nostro respiro, odiando tutti, turbandoci perché non riusciamo a conseguire tranquillità con anapanasati.
Talvolta diventiamo troppo seri, privi di gioia, felicità e senso dello humour, e siamo capaci solo di reprimere tutto. Rallegrate la mente, sorridete! Siate rilassati ed a vostro agio, senza pensare di dover raggiungere qualcosa di speciale! Non c'è niente da raggiungere, niente di grande importanza, niente di speciale. E che cosa potete dire di aver fatto oggi per guadagnarvi il vostro vitto e alloggio? Solo un'inalazione consapevole? Pazzi! Questo è molto di più di quello che la maggior parte della gente può dire della propria giornata.

2. Noi non combattiamo le forze del male. Se provate avversione per anapanasati, notate anche questo. Non sentite che è qualcosa che dovete fare, lasciate che sia un piacere, qualcosa che amate veramente fare. Quando vi capita di pensare: «Non lo posso fare», riconoscete in questo una resistenza, una paura o una frustrazione, e poi rilassatevi. Non fate di questa pratica una cosa difficile, un compito opprimente. All'inizio della mia vita monastica ero assolutamente serio, molto arcigno e solenne verso me stesso, come un vecchio bastone asciutto, e solevo divenire terribilmente agitato pensando: «Devo… Devo…». Infine imparai a contemplare la pace. Dubbi ed inquietudine, scontentezza ed avversione: presto però fui in grado di riflettere sulla pace, ripetendo la parola tante volte, ipnotizzando me stesso per rilassarmi. Incominciarono a venirmi dubbi su di me: «Non sto conseguendo nulla, è tutto inutile; voglio ottenere qualcosa». Eppure ero in grado di essere in pace con tutto questo. È un sistema che potete usare. Quindi, quando siamo tesi, rilassiamoci, e poi riprendiamo anapanasati.
All'inizio ci sentiamo disperatamente goffi, come quando impariamo a suonare la chitarra. Quando cominciamo a suonare, dapprima le dita sono così maldestre che sembra non ci sia alcuna speranza; ma dopo un po' di pratica guadagniamo abilità e ci sembra proprio facile. Impariamo ad essere testimoni di ciò che sta succedendo nella nostra mente, in modo che possiamo essere consapevoli di quando stiamo diventando irrequieti, tesi o depressi. Riconosciamo ciò che accade, non cerchiamo di convincerci che le cose stiano diversamente, siamo pienamente consapevoli della natura di ciò che accade. Procuriamo di impegnarci per una inalazione. Se non siamo capaci di questo, proviamo allora ad impegnarci almeno per mezza inalazione. In tal modo non cerchiamo di diventare perfetti tutt'a un tratto. Non dobbiamo fare ogni cosa esattamente secondo l'idea di come dovrebbe essere; lavoriamo viceversa con i problemi che sono lì. Se la mente si disperde e divaga, è saggio riconoscerlo: questa è visione profonda. Pensare che non dovremmo essere così come siamo, odiare noi stessi o sentirci scoraggiati per come siamo, questa è ignoranza.
Noi non iniziamo dal punto in cui si trova uno yoga perfetto, non ci mettiamo a fare le posizioni Iyengar prima di essere in grado, piegandoci, di toccare le dita dei piedi. Quello è il modo di rovinarci. Possiamo guardare tutte le posizioni del volume Light on yoga, possiamo vedere Iyengar avvolgere le proprie gambe attorno al collo, o esibirsi nelle posizioni più incredibili. Ma se cerchiamo di fare altrettanto, ci porteranno all'ospedale. Iniziamo dunque con il piegarci un po' più in giù della vita, esaminiamo il dolore e la resistenza ad esso; impariamo ad allungarci gradatamente. È la stessa cosa con anapanasati: riconosciamo dove siamo e iniziamo da lì; sosteniamo l'attenzione un po' più a lungo e cominciamo a comprendere cos'è la concentrazione. Non prendete risoluzioni da Superman, quando Superman non siete. Vi dite: «Voglio sedermi e guardare il respiro tutta la notte», poi, non facendocela, vi arrabbiate. Impegnatevi per periodi che sapete di poter rispettare. Lavorate e scoprite quando e come rilassarvi, e quando e come impegnarvi.
Dobbiamo imparare a camminare cadendo. Guardate i bambini: non ne ho mai visto uno che fosse immediatamente capace di camminare. Essi imparano a camminare andando carponi, sostenendosi, cadendo e poi tirandosi su di nuovo. È la stessa cosa con la meditazione: impariamo la saggezza osservando l'ignoranza, facendo degli sbagli, riflettendo ed andando avanti. Se ci pensiamo su troppo, sembra che non ci sia speranza. Se i bambini riflettessero molto, non imparerebbero mai a camminare. Se osserviamo un bambino che cerca di camminare, sembra un caso disperato, non è vero? Se ci pensiamo su, la meditazione può sembrare completamente senza speranza, ma continuiamo a praticarla. È facile quando siamo pieni di entusiasmo, veramente ispirati dal maestro e dall'insegnamento. Ma entusiasmo ed ispirazione sono condizioni impermanenti, ci portano a disillusione e noia. Quando siamo annoiati ci dobbiamo veramente impegnare nella pratica; quando sopraggiunge la noia, abbiamo voglia di lasciare perdere e di rifarci con qualcosa di affascinante o di eccitante. Ma per conseguire visione profonda e saggezza, dobbiamo pazientemente sopportare l'abbassamento della delusione e della depressione. È solo in tal modo che possiamo romperla con i cicli dell'abitudine e giungere alla comprensione di cosa sia cessazione, alla conoscenza del silenzio e del vuoto della mente.
Se leggiamo dei libri sul non mettere impegno, sul lasciare che tutto vada e accada in modo naturale, spontaneo, ci viene da pensare che tutto ciò che dobbiamo fare è poltrire, e ci lasciamo andare ad uno stato di abbattimento passivo. Quando nella mia pratica cadevo in stati di depressione, mi resi conto ad un certo punto conto dell'importanza di mettere impegno nella posizione fisica. Tiravo su il corpo, mettevo il petto in fuori, impegnavo più energia nella posizione assisa, oppure tiravo su la testa o le spalle. Sebbene in principio non avessi una gran quantità di energia, ero pur capace di impegno. Imparavo a sostenere tale impegno per qualche secondo, poi mi perdevo di nuovo, ma questo era meglio di niente.

3.  Più prendiamo la strada facile, quella della minore resistenza, più seguiamo solo i nostri desideri, più la mente diventa sciatta, noncurante e confusa. È facile pensare, più facile sedersi e pensare che non dovremmo pensare: è un'abitudine acquisita. Perfino il pensiero «Non dovrei pensare», è solo un altro pensiero. Per evitare il pensiero dobbiamo essere consapevoli di esso, impegnandoci ad osservare e ascoltare, attenti al flusso della nostra mente. Invece di riflettere sulla mente, la osserviamo. Invece di essere esclusivamente impigliati nei pensieri, continuiamo a riconoscerli. Il pensiero è movimento, è energia, viene e va, non è una condizione permanente della mente. Quando semplicemente riconosciamo il pensiero come tale, esso comincia a rallentare e fermarsi. Non si tratta di annientamento, ma di permettere che le cose cessino: è compassione. Quando il pensare abitudinario ed ossessivo incomincia ad affievolirsi, grandi spazi, che non sapevamo fossero lì, incominciano ad apparire.
Rallentiamo tutto assorbendoci nel respiro naturale, calmando le formazioni karmiche. Questo è ciò che intendiamo con samatha o tranquillità: pervenire alla calma. La mente diventa malleabile, flessibile ed il respiro può diventare molto sottile. Portiamo avanti la pratica samatha fino ad upacara samadhi o concentrazione di vicinato: il nostro scopo non è l'assorbimento nell'oggetto per entrare in jhana. A questo punto siamo ancora consapevoli dell'oggetto e della sua periferia. Le caratteristiche estreme dell'agitazione mentale si sono attenuate considerevolmente, ma possiamo ancora funzionare usando saggezza. Con le nostre facoltà di discernimento ancora in funzione investighiamo, e questo è vipassana. Esaminiamo e contempliamo la natura di ogni cosa, così da sperimentare la sua impermanenza, dolorosità ed impersonalità. Aniccam, dukkham e anattam non sono astrazioni oggetto di fede, ma oggetti di osservazione e di esperienza. Investighiamo l'inizio di una inalazione e la sua fine. Osserviamo l'inizio, non riflettendo su di esso, ma osservando consapevoli con nuda attenzione l'inizio di una inalazione e la sua fine. Il corpo respira da sé, il respiro che entra condiziona il respiro che esce , ed il respiro che entra condiziona quello che entra: non possiamo controllare ogni cosa. Il respiro appartiene alla natura, non a noi, non è sé. Quando vediamo questo, facciamo vipassana.
Il tipo di conoscenza che otteniamo con la meditazione buddhista rende umili: Ajhan Chan la chiama la conoscenza del lombrico. È una conoscenza che non rende arroganti, che non inorgoglisce, non ti fa sentire qualcuno o che hai conseguito qualcosa. In termini mondani, questa non sembra una pratica molto importante o necessaria, nessuno scriverà mai su un giornale: «Alle otto di questa sera il Ven. Sumedho ha fatto un'inalazione!».
Per alcuni la cosa più importante è pensare di risolvere tutti i problemi del mondo, come aiutare gli abitanti del terzo mondo, come riparare ai guasti del mondo. Paragonato a tutto ciò, l'osservazione del respiro sembra proprio insignificante, e la maggior parte della gente penserà: «Perché sprecare il proprio tempo con queste cose?». Sono stato messo a confronto con questo problema e mi è stato chiesto: «Cosa fate voi monaci, seduti lì? Cosa fate per aiutare l'umanità? Siete solo degli egoisti: vi aspettate che la gente vi dia cibo, mentre state lì seduti ad osservare il respiro. State fuggendo dal mondo reale!». Ma qual è il mondo reale? Chi sta veramente fuggendo e da che cosa? Cos'è che è da affrontare? Troviamo che ciò che la gente chiama «mondo reale» è il mondo in cui crede, il mondo nel quale è coinvolta, il mondo che conosce e con il quale ha familiarità. Ma il mondo è una condizione della mente. La meditazione in verità consiste nell'affrontare il mondo reale, nel riconoscerlo e nel rendere atto di come veramente è, piuttosto che credere in esso, giustificarlo o cercare di annullarlo con la mente. Ora, il mondo reale opera sullo stesso modello del sorgere e del cadere del respiro. Siamo portati a teorizzare sulla natura delle cose, prendendo a prestito concezioni filosofiche altrui e cercando di razionalizzare. Ma se osserviamo il respiro, osserviamo in realtà la natura. Comprendendo la natura del respiro, possiamo comprendere la natura di tutti i fenomeni condizionati. Se cercassimo di comprendere tutti i fenomeni condizionati nella loro infinita varietà e qualità, i diversi cicli di tempo e così via, sarebbe troppo complesso, sarebbe superiore alle possibilità della nostra mente. Dobbiamo imparare dalla semplicità.

4.  Così, con una mente tranquilla, diveniamo consapevoli del modello ciclico, ci rendiamo conto che tutto ciò che sorge, passa e va. Tale ciclo è ciò che chiamiamo samsara, la ruota di nascita e morte. Osserviamo il ciclo samsarico del respiro: inaliamo ed esaliamo. Non possiamo fare solo inalazione o solo esalazioni; una cosa condiziona l'altra. Sarebbe assurdo pensare: «Voglio solo inalare. Non voglio esalare. La smetto con le esalazioni. La mia vita sarà una inalazione costante». Ciò sarebbe assolutamente ridicolo. Se andassi dicendo queste cose, voi pensereste che sono stupido. Eppure è ciò che la maggior parte della gente fa, quando vuole attaccarsi, quando vuole staccarsi solo a ciò che eccitante e piacevole, alla giovinezza, alla bellezza ed al vigore. «Voglio solo cose belle e non voglio avere a che fare con la bruttezza! Voglio piacere, delizie e creatività, ma non voglio alcuna noia o depressione!». È lo stesso genere di pazzia di uno che dicesse: «Non sopporto le inalazioni! Non ne voglio più!». Quando osserviamo che questo attaccamento alla bellezza ed ai piaceri sensuali porta sempre alla disperazione, la nostra attitudine diventa quella del distacco. Ciò non significa annullamento o un qualsiasi desiderio di distruzione, ma solo un lasciare andare, non attaccamento. Non cerchiamo la perfezione in una qualsiasi parte del ciclo, ma vediamo la perfezione nel ciclo intero, vecchiaia, malattia e morte incluse. Ciò che sorge nel non creato, raggiunge il suo culmine, e poi ritorna al non creato, questa è perfezione. Quando vediamo che tutte le sankhara [possono tradursi con “contenuti mentali” o anche “formazioni karmiche”] seguono questo modello, che cioè sorgono e passano via, incominciamo ad andare verso l'interno, verso il non condizionato, verso la pace della mente ed il suo silenzio. Incominciamo a sperimentare suññata o vuoto, che non è dimenticanza o annientamento, ma un silenzio chiaro e vibrante. Possiamo in realtà volgerci al vuoto invece che alle condizioni del respiro e della mente. Allora abbiamo una prospettiva delle condizioni e non reagiamo più ciecamente ad esse. Cosa è il condizionato, l'incondizionato ed il conoscere? È memoria? È consapevolezza? È me? Non sono mai stato capace di scoprirlo, ma posso essere consapevole. Nella meditazione buddhista stiamo con il conoscere, con l'essere vigilanti, realizzando Buddha nel presente, comprendendo che qualsiasi cosa che sorge, passa via e non è sé. Applichiamo questa conoscenza a ogni cosa, sia condizionata che incondizionata. Essere vigilanti è trascendere, invece che cercare di fuggire dalla realtà della vita di tutti i giorni.
Ci sono le quattro normali posizioni: sedere, stare ritti, camminare e stare sdraiati. Non dobbiamo stare ritti sulla testa o piegati all'indietro od altre cose di questo genere. Usiamo le quattro posizioni normali ed il respiro normale, perché ci stiamo muovendo verso ciò che è più normale: l'incondizionato. Le condizioni sono straordinarie. Ma la pace della mente, l'incondizionato è così normale che nessuno se ne accorge mai. È sempre lì, ma non lo notiamo mai perché siamo attaccati all'affascinante ed al misterioso. Ci facciamo intrappolare da cose che sorgono e passano via, da cose che stimolano e deprimono. Ci facciamo intrappolare dal modo in cui le cose sembrano essere, e dimentichiamo. Ma con la meditazione ritorniamo alla sorgente, alla pace, in quella posizione di conoscenza. Allora il mondo è compreso per quello che è, e non siamo più delusi da esso.
La realizzazione di Samsara è la condizione di Nibbana. Quando riconosciamo i cicli dell'abitudine e non siamo più delusi da essi o dalle loro qualità, realizziamo Nibbana. La conoscenza-Buddha consiste di sole due cose: il condizionato e il non condizionato. Si tratta del riconoscimento immediato come le cose sono di momento in momento, senza avidità o attaccamento. In questo momento possiamo essere consapevoli delle condizioni della mente, di sensazioni nel corpo, di ciò che vediamo, sentiamo, gustiamo, tocchiamo, adoriamo e pensiamo, ed anche del vuoto della mente. Il condizionato ed il non condizionato sono ciò che possiamo realizzare.
Così l'insegnamento del Buddha è un insegnamento molto diretto. La nostra pratica non è per diventare illuminati, ma per essere nella conoscenza ora.

© Amaravati Publications 1987
(Traduzione dall'inglese di Mariuccia Sapio)

sabato 8 giugno 2019

UMBRIA: IL DOTTORE CHE REGISTRA “LA VOCE” DEGLI ALBERI E LA FA ASCOLTARE AI RAGAZZI



Mi ha colpito molto l'articolo de ilfattoquotidiano.it che riporto qui integralmente:

Immaginate di poter ascoltare gli alberi. Di poter sentire la loro “voce” tradotta in suoni e di poter ricevere da loro dei “whatsapp” a tutte le ore per sapere se hanno abbastanza luce o acqua. Capire, insomma, in poco tempo se sono sotto stress o se, invece, sono in forma. È l’obiettivo del progetto Trace (acronimo di Tree monitoring to support climate Adaptation and mitigation through PEFC Certification), messo in piedi da Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia, e dal CMCC (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), iniziato su una trentina di alberi in Umbria, a ottobre 2018. Una ricerca che, in occasione del KIDSBIT, il Festival europeo sulla creatività digitale che si svolgerà a Perugia l’8 e il 9 giugno, il “dottore degli alberi”, Brunori, trasformerà in uno spettacolo di suoni e colori, rivolto a bambini e ragazzi, ma, dice lui “anche ai genitori”, visto che sono proprio gli adulti di oggi “responsabili di ciò che sta accadendo”.
“Un giorno i miei due figli mi hanno chiesto ‘papà che ti dicono gli alberi?’ – racconta il dottore forestale a ilfattoquotidiano.it – Così ho iniziato a trasformare le informazioni ecofisiologiche che ci mandavano, come la luce necessaria alla fotosintesi o il ritmo di crescita del tronco, in suoni”. La volontà è quella di far capire alle future generazioni l’importanza di un bosco ben gestito, ascoltato, preparato ai cambiamenti climatici che inevitabilmente dovrà affrontare, ed aiutato ad adattarsi. “Faremo sentire la loro ‘voce’ in condizioni ordinarie, e poi in condizioni stressanti, come in questi giorni – continua Brunori – Non parleremo in termini di neurobiologia vegetale, ma in termini di sensazioni. Si percepisce il loro malessere”. Anche il pubblico ovviamente è importante. “I giovani sanno che tutto ciò che succede intorno a noi dipende da noi e che non c’è più tempo. Chiederò loro scusa per il mondo che stiamo lasciando in eredità”. La conferenza inizierà proprio con un’immagine di Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che da mesi gira il mondo per sensibilizzare sul rischio dei cambiamenti climatici, e Papa Francesco, che ha deciso di incontrarla ed ascoltarla. “Chiederò ‘chi manca?’. Manca la mia generazione, quella intermedia”, prosegue Brunori, sottolineando la forza espressiva di quell’immagine. “Nello scatto ci troviamo tra due grandi pilastri, quello della morale cattolica, e quello dei giovani che ci stanno dicendo ‘ehi adulti, la nostra casa va in fiamme, io voglio avere lo stesso futuro che hai avuto tu’ – spiega il “dottore degli alberi” – Il mio ruolo è quello di stare nel mezzo. Di tirare un filo tra queste due parti, scienza ed emozioni. Di far ascoltare quello che l’occhio non riesce a vedere perché, come diceva Goethe, non conosce”. Un esempio? Il taglio degli alberi. “Il 90% delle persone dice di non tagliare gli alberi perché distruggi la natura, ma non è vero – spiega ancora il dottore – Con il taglio tu rendi un ambiente fotosintatticamente attivo. Mentre oggi in Italia non si taglia più, ed ecco che si sviluppano le problematiche degli incendi e delle frane, legati agli alberi vecchi e all’aumento delle biomasse”.
Far ascoltare la voce degli alberi, però, non sarebbe possibile senza il lavoro di ricerca che Antonio sta portando avanti nel bosco di Piegaro, in provincia di Perugia, il primo progetto in campo in Italia. La “foresta 4.0”, come la chiama Antonio, funziona grazie a dei sensori, i tree talker, collegati a una trentina di piante che mandano segnali al Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici. Le informazioni hanno un flusso continuo che viene automaticamente mandato in rete, in un sistema, spiega Brunori, che collega tutti i 400 alberi in giro per il mondo in cui è stato installato un tree talker. “Per ora siamo ai primi sei mesi di esperimento – spiega il dottore forestale a ilfattoquotidiano.it – Abbiamo iniziato il giorno di San Francesco, in suo onore, e finora abbiamo visto che questa stagione vegetativa è più lunga della media di almeno due settimane. Un problema soprattutto per le latifoglie che così allungano i tempi di caduta, iniziano prima la stagione e hanno meno tempo di “dormienza”. Sono le differenze climatiche, come l'abbassamento repentino della temperatura, a provocare una reazione anomala delle piante che, spiega Brunori, “fanno meno fotosintesi e diventano più ricettive alle malattie”. In poche parole, sono “continuamente sotto stress”. “L'ambiente è continuamente danneggiato da inquinamento, variazioni di temperatura – conclude Brunori – E gli alberi non sono come gli animali, non possono migrare. Sono radicati. Per questo capiamo gli estremi climatici in cui vengono coinvolti, come l'aumento di anidride carbonica, o le tempeste di vento che hanno distrutto, solo lo scorso ottobre, molte foreste dell'arco alpino. Per questo siamo noi a dover aiutare gli alberi ad adattarsi al cambiamento”.
Al KIDSBIT però non ci sarà solo Brunori. Saranno tante le installazioni artistiche interattive, gli spettacoli e i laboratori creativi a cui i giovani e meno giovani potranno partecipare. Sarà possibile far
sbocciare dei fiori digitali grazie all'artista canadese Maotik, ma anche prendersi cura di una foresta intera, grazie alla realtà virtuale del tedesco Benjamin Rabe. E poi Carlo Alberto Brunori dell'INGV con il suo “There is no planet B” parlerà del fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai e delle sue gravi ripercussioni sull'ambiente creando una performance che coinvolgerà direttamente gli spettatori. Infine sarà lanciata una campagna di crowdfunding: ogni euro donato si trasformerà in un nuovo albero che crescerà nel vivaio della scuola elementare di Usambara, in Tanzania.

Martina Milone