mercoledì 25 luglio 2018

VALE LA PENA DI SACRIFICARE LA VITA PER IL SUCCESSO?


Genio. No, predatore. Ha salvato la Fiat dal fallimento. Ma non il rapporto con i lavoratori. Adesso che Sergio Marchionne, l'amministratore delegato della FCA, non c'è più, i sostenitori e i detrattori si sono scatenati lanciando i propri giudizi sulla persona, sul suo operato. Parole sprecate, come è sprecato il tempo nell'ascoltare questi inutili discorsi nelle lunghe trasmissioni televisive sull'argomento che grondano retorica. È praticamente impossibile stabilire la verità, ammesso che serva. Solo lui sa perché ha agito in un certo modo e che cosa l'ha spinto a determinate decisioni piuttosto che ad altre. Importanti per il futuro dell'azienda che era stato chiamato ad amministrare e per quello dei suoi lavoratori, certo; dai risultati straordinari in termini economici per sé, per l'azienda e per i tanti operai, ma anche a livello di successo, di immagine pubblica, tutti obiettivi che vengono esaltati da chi adesso ne fa un simbolo positivo del neo-capitalismo, è vero. Ma se si fa un ragionamento più profondo, che investe la sua vita personale, adesso che è mancato a un'età ancora relativamente giovane viene quasi spontaneo chiedersi: ma a quale scopo ha fatto tutto questo? E a che cosa gli è servito? Che cosa ne ha acquistato la sua vita personale? Adesso leggiamo che metteva la sveglia alle 3,30 della notte, che fumava anche 7 pacchetti di sigarette al giorno, che trascorreva gran parte dei suoi giorni in aereo, tra una trasvolata e l'altra, sempre in viaggio fra Torino e Detroit, le due sedi della FCA. Se questo è normale… Evidentemente per lui lo era, visti gli alti obiettivi che si prefiggeva, a costo di una violenza estrema verso se stesso e la propria vita. È vero, era un grande manager, un uomo di cultura (aveva tre lauree), ma questo solo non fa di un uomo un grande uomo, se poi lo utilizza per autodistruggersi. Tutto nel suo comportamento fa intuire che fosse ossessionato dall'ansia di riuscire nella sua grande impresa. Ma se pensi al successo, sotto sotto pensi anche alla possibilità del  fallimento e hai paura. Il successo ti porta nel futuro, ti colloca in un gioco di avidità, in una proiezione dell'ego, nell'ambizione. E se le responsabilità sono enormi, la mente, per non andare in scacco, mette in atto tutto ciò che può per anestetizzare l'ansia, come fumare tutte quelle sigarette, pessima scelta per il proprio organismo. Ecco una vita che non è stata vissuta, celebrata, assaporata momento dopo momento, fino in fondo, all'insegna della semplicità e della spontaneità, della quiete interiore, ma che è finita letteralmente in fumo. Prima del tempo.

lunedì 23 luglio 2018

LA MATERIA NON ESISTE, C'È SOLO ENERGIA




L'omeopatia può essere considerata a tutti gli effetti una branca della medicina, e i rimedi omeopatici sono davvero efficaci? La discussione dura da decenni, e ogni tanto qualche esponente anche di rilievo della medicina ufficiale si prodiga come può nel confutare i risultati terapeutici che l'omeopatia indiscutibilmente consente. I motivi che adduce per sostenere che si tratta solo di chiacchiere sono due. Primo: le forti diluizioni delle sostanze terapeutiche contenute nei rimedi omeopatici fanno sì che alla fine in questi non ci sia una vera sostanza curativa, che per la medicina ufficiale deve essere presente alle dosi, decisamente superiori, ritenute efficaci per curare le malattie. Secondo: trattandosi in pratica di acqua fresca, le guarigioni vere o presunte sarebbero da riferire soltanto all'effetto placebo, in pratica ad autosuggestione da parte del paziente. Cominciamo dal secondo punto: secondo me con questa affermazione la medicina ufficiale non fa altro che darsi la zappa sui piedi, perché in pratica afferma che l'acqua fresca cura quanto i farmaci allopatici, che sono la sua forza, ma anche la sua debolezza, visti gli innumerevoli effetti collaterali e i rischi potenziali che comporta la loro assunzione. Per quanto riguarda il primo punto, in un certo senso è vero che della sostanza terapeutica (che, è bene sottolinearlo, molto spesso in omeopatia è una sostanza che a dosi più alte provoca la stessa malattia che invece, diluita di molto, riesce ad alleviare o guarire) non resta più gran che, ma da qui a dire che quella sostanza, seppure resa quasi evanescente, non ha alcun effetto sull'organismo ce ne passa. Chi continua a sostenere queste cose non conosce la fisica moderna, la quale afferma che non esiste alcuna materia, esiste solo energia. Dunque, che cos'è la materia che vediamo, per esempio, in una roccia? È soltanto energia condensata, appare soltanto, non ha solidità. Energia che si muove così velocemente che ai nostri occhi non è possibile vedere il suo movimento e ci dà l'idea di solidità, di materia. Quindi anche per la fisica moderna la materia si rivela essere maya, cioè un'illusione, la creazione dei nostri sensi, ma anche dei nostri desideri e dei nostri sogni. E l'omeopatia utilizza per curare non la sostanza in sé, ma proprio l'energia che sprigiona. 
È questo che un medico tradizione non vuole capire, perché manderebbe in crisi tutto ciò che la medicina ha costruito: un castello di credenze che crolla e viene ricostruito in continuazione, perché le scoperte si susseguono e ciò che è scientifico oggi può non esserlo più domani. Quindi nessuno dovrebbe arroccarsi sulle conoscenze attuali, ma aprirsi ad altri punti di vista, per una medicina davvero integrata nell'interesse del paziente, e non difesa per consolidare una posizione di potere e qualcosa che sa tanto di orgoglio e, in pratica, di ego. 

lunedì 16 luglio 2018

“TATHATA”, LO STATO DELLE COSE CHE NON BISOGNA CONTRASTARE



Uno dei libri che non posso fare a meno di rileggere spesso è L'ABC del risveglio di Osho (Oscar Mondadori). Percorrendo in ordine alfabetico i più importanti temi che riguardano la nostra vita, rappresenta la summa dell'insegnamento del grande, indimenticato rappresentante della spiritualità orientale. Proprio in questi giorni, sfogliando le sue pagine come fossero una bibbia, ecco che cosa di straordinario e prezioso ho ritrovato alla voce “Fattualità”.

Il Buddha usa moltissimo la parola “fattualità”. Nella lingua del Buddha è tathata: la fattualità, lo stato delle cose. La meditazione buddhista non è altro che vivere costantemente in questa parola, con questa parola, così in profondità che la parola scompare e tu diventi la fattualità.
Mangi, dormi, respiri, ami, piangi in quella fattualità: diventa il tuo stile di vita, non hai bisogno di preoccupartene né di pensarci, è ciò che sei.
Per esempio, sei malato. Quest'attitudine “essenziale” è accettarlo e dire a te stesso: “Tale è la natura del corpo”, oppure: “Così stanno le cose”. Non creare alcuna lotta, non iniziare a lottare.
Hai mal di testa, accettalo: è la natura delle cose. All'improvviso accade un cambiamento, perché quando questo atteggiamento prende piede, il cambiamento lo segue, come un'ombra: se riesci ad accettare il tuo mal di testa, il mal di testa scompare. Provaci: se accetti la malattia, questa inizia a scomparire. Come mai? Perché ogni volta che lotti, la tua energia è divisa: metà dell'energia si muove nella malattia, nel mal di testa, e metà dell'energia lotta contro il mal di testa. Si verifica una spaccatura, una rottura e la lotta… in realtà, questa lotta provoca un mal di testa ancora più profondo. Quando accetti, quando non ti lamenti, quando non lotti, l'energia dentro di te si integra e ogni spaccatura viene colmata. Allora si sprigiona una quantità di energia enorme, perché non esiste più alcun conflitto; e la stessa energia che si sprigiona diventa una forza che guarisce.
Questa parola, tathata, può operare così profondamente da essere efficace sulla malattia fisica, sulla malattia mentale e infine sulla malattia spirituale: è un metodo segreto, che porta al dissolversi di ogni malattia. Questa è la bellezza dell'assenza di lotta: trascendi, non sei più sullo stesso piano. E questa trascendenza diventa una forza che guarisce: all'improvviso il corpo inizia a cambiare. La stessa cosa accade alle preoccupazioni mentali, alle tensioni, alle ansie, all'angoscia. Perché una cosa ti preoccupa? Non sei in grado di accettarla, per questo ti preoccupa: vorresti che fosse diversa.
Per esempio, quando l'amore scompare, cosa puoi farci? Non hai scelta: non è possibile forzare l'amore… non si può far nulla contro la natura. L'amore era una fioritura, ora il fiore è appassito. La brezza era entrata nella tua casa, ora si è spostata in un'altra. Questa è la natura delle cose: continuano a muoversi, a cambiare. Tu vorresti che che questo amore rimanesse per sempre: nulla può essere eterno in questo mondo: tutto ciò che appartiene a questo mondo è momentaneo. Questa è la natura delle cose, la loro essenza, tathata.
Non puoi lottare contro “lo stato delle cose”, lo devi accettare.
Ricorda, la vita non ti asseconderà mai: tu dovrai assecondare la vita; lamentandoti o con gioia, questa è una tua scelta.Se l'asseconderai di malavoglia, soffrirai; se l'asseconderai con gioia, diventerai un Buddha e la vita diventerà estasi.
Quando la consapevolezza esiste nella sua più completa nudità, ha un proprio splendore: è la cosa più bella che esista al mondo. Ma perché sia così, ci si deve immergere nell'accettazione della natura delle cose. Ricorda, la parola “accettazione”non è granché. È troppo pesante - a causa tua, non a causa della parola in sé - in quanto tu accetti solo quando ti senti impotente: accetti con riluttanza, malvolentieri. Accetti solo quando non puoi fare nient'altro, ma in cuor tuo desideri ancora: vorresti che fosse diverso. Accetti come un mendicante, non come un re… e la differenza è immensa.
Quando accetti veramente, in tathata, non esiste alcun rimuginare e non ti senti impotente: comprendi, semplicemente, che questa è la natura delle cose.
Tathata significa “accettazione con un cuore totalmente aperto”, non è affatto impotenza. Quando accetti la natura e ti dissolvi in essa, ne segui il corso. Non hai alcun passo personale da compiere, non hai una tua danza privata, non hai neppure una piccola canzone tua, da cantare: la canzone del Tutto è il tuo canto, la danza del Tutto è la tua danza. Tu non sei più un'entità separata.


sabato 3 febbraio 2018

LA DRAMMATICA STORIA DI HERTZKO HAFT, PUGILE SPIETATO AD AUSCHWITZ PER SOPRAVVIVERE



Si è appena celebrata la Giornata della memoria della Shoah, l'eccidio di oltre 6 milioni di persone di religione ebraica, e tra le innumerevoli storie tragiche di quel drammatico periodo ne emerge una particolarmente significativa, quella di Hertzko Haft, polacco ebreo divenuto pugile spietato per sopravvivere in combattimenti con altri deportati nel lager di Auschwitz e, dopo una fuga rocambolesca e una vita avventurosa, conclusa da campione di box negli Stati Uniti d'America.
«Dopo tutto quello che ho passato, che paura vuoi che mi faccia un uomo con i guantoni?» diceva agli amici americani, prima di battersi contro super pugili del calibro del peso massimo Rocky Marciano. Durante tutti quegli anni, la sua eterna ossessione era stata ed era ancora, piuttosto, la bella ragazza di nome Leah, anche lei ebrea polacca, alla quale prima della deportazione nel campo di sterminio aveva giurato eterno amore e con la quale aveva sognato di vivere per tutta la vita e di formare una famiglia, salvo poi separarsi per sempre da lei una volta spedito ad Auschwitz. Nell'Europa degli anni '40, infatti, una vita come tante voleva dire fare i conti con la piovra nazista, con crudeltà, privazioni, sofferenze e morte. Hertzko Haft, detto la “belva giudea” ,non avrebbe mai potuto temere il ring, il suono del gong, i ganci che gli arrivavano in faccia. Quando in America colpiva i suoi rivali - e lo faceva con tutta la rabbia che aveva in corpo - non “vedeva” pugili, ma ancora prigionieri del lager da abbattere senza pietà: gli stessi che, molti anni prima, era stato costretto ad atterrare e massacrare in match mortali per poter sopravvivere. È questa la terribile storia così come lo stesso Hertzko l'ha raccontata al figlio Alan: dapprima raccolta in una biografia, poi trasposta a fumetti in un toccante graphic novel firmato da Reinhard Kleist (Il pugile, Bao Publishing).
L'invasione della Polonia nel 1939 è il messaggio di guerra che la Germania lancia al mondo. I tedeschi sono molto duri con i polacchi, e lo sono ancora di più se sono di religione ebraica. Hertzko, nato a Belchatow nel 1925, lo è e potrebbe forse sfuggire alla mannaia del Reich, ma decide di sacrificare la propria libertà per salvare quella del fratello Aria. Lo fa fuggire, ma finisce al posto suo nelle mani dei tedeschi che gli schiacciano anche le dita di una mano. Lo attende quel luogo dal nome sinistro: Auschwitz. L'unico rimpianto è quello di aver abbandonato la bella Leah.
«Fummo svegliati nel cuore della notte e ammassati a centinaia, come animali, in vagoni bestiame» raccontò poi. «Il viaggio mi sembrò durare una settimana, senza niente da mangiare né bere, in uno spazio angusto pervaso dal tanfo di urina e feci, le nostre. Alla fine si sentirono solo i moribondi esalare l'ultimo respiro sotto i nostri piedi. Dio non esisteva più».
Al campo di sterminio gli incidono sul braccio il numero 144738. Hertzko è uno dei tanti, ma non passa inosservato: non è altissimo ma, arrivato da poco e non a cosa segnato di privazioni e crudeltà, ha ancora un fisico possente e… tanta cattiveria in corpo. La salvezza, se così può chiamarsi, arriva sotto le spoglie di un ufficiale SS che lo prende sotto la sua protezione e lo convince a tirare di boxe per poter sperare di sfuggire ai più terribili soprusi e alla morte. E nei lager, si sa, quelli che comandano cercando di inventarsi degli svaghi, finendo spesso per farlo sulla pelle dei prigionieri. L'attività che meglio si adatta a quegli ambienti con poco spazio è quella della boxe. Non certo come nobile arte, naturalmente, ma come disperata lotta per la sopravvivenza. Un po' come lo era la lotta per i gladiatori romani. La boxe per Hertzko diventa solo puro istinto, salvare se stesso condannando ogni volta alla fine un innocente nella sua stessa condizione. La boxe ad Auschwitz è una lotta all'ultimo sangue, uno spettacolo di puro sadismo. Gli ufficiali SS sono gli spettatori, puntano sui combattenti e mandano a morte gli sconfitti. Uomini ridotti a bestie, a uccidere per vivere. Picchia selvaggiamente, Hertzko, tanto da guadagnarsi il soprannome di “belva giudea”. Colleziona una lunga serie di spaventose vittorie (forse un'ottantina per ko), ognuna delle quali sarà, poi, una cicatrice nella coscienza. Nel campo di sterminio ci sono altri pugili della morte come lui, qualcuno anche più famoso di lui (come Young Perez, campione del mondo dei pesi mosca), ma nessuno racconterà una storia come la sua.
In questo incubo senza fine occupare la mente con il sorriso della bella Leah è un lusso che Hertzko non si può permettere, la mente completamente concentrata a fracassare la testa a candidati a morte come lui, uno dopo l'altro. Ma restare lì e assistere anche ad atti di cannibalismo tra prigionieri è morire ogni giorno un po' di più. Un circolo di orrore con due soli spiragli: la morte o la fuga. Quest'ultima gli riesce in maniere rocambolesca e fortunata dopo l'assassinio di un ufficiale nazista al quale ruba l'uniforme e di due vecchi che avevano scoperto la sua origine ebraica. A portarlo in salvo sono gli americani. Gli Stati Uniti un lontano zio fa da garante per il suo arrivo e soggiorno. È il 1948, l'America gli offre la possibilità di continuare a boxare. La luce dopo il buio. Hertzko pensa sempre a Leah, ha sentito dire che anche lei è fuggita in America e si mette a cercarla. Ma dove trovarla? C'è un solo modo, pensa: diventare famoso, avere il suo nome a caratteri cubitali sui giornali e offrire a Leah la possibilità di ricontattarlo.
È così che Harry, questo è il nuovo nome americano, comincia la carriera di pugile. È un atleta istintivo, senza tecnica, violento ogni oltre limite, ma senza una strategia difensiva accettabile. Male per per un peso massimo come lui, categoria in cui i pugni incassati sono spesso come cannonate. Pugni che comunque sono carezze in confronto alle angherie subite ad Auschwitz e… ai rimorsi che lo tormentano per aver fatto fuori, un tempo, tante persone come lui. Disputa venti incontri fino al luglio del 1949, vincente fino al k.o. con Lastarza. Però dopo le vittorie iniziali iniziano le sconfitte e match dopo match le sue certezze si incrinano. La fortuna non può aiutarlo a lungo, in quelle condizioni, e infatti sta per abbandonarlo. Ed è il ventunesimo match, quello tanto atteso, quello contro il grande Rocky Marciano, il 18 luglio del '49 all'Auditorium di Rhode Island, a chiudere tutti i conti. Quella sera si presentano nello spogliatoio tre mafiosi. «Sarebbe meglio per lui se si buttasse a terra al primo round» dicono al suo manager. Finisce davvero per k.o. e, benché non fosse un segreto il rapporto preferenziale della mafia con il pugile di origine italiana, non ci sono prove che quell'incontro fosse veramente truccato. Potrebbe essere stata anche una scusa di Harry per giustificare la sua sconfitta così bruciante.
È l'ultimo atto. Harry scende dal ring portandosi dietro tutti i suoi demoni. Cerca di esorcizzarli raccontando la sua storia al figlio Alan che, appunto, la trasforma in un libro. Ma, nonostante abbia una famiglia e dei figli, resta un uomo circondato da durezza e gli è impossibile calarsi nell'amore. Chissà, ritrovare Leah potrebbe aprire una breccia nel suo cuore indurito. La ritrova però, e questa è la sua più atroce sconfitta, malata terminale di cancro, irriconoscibile ma felice di riabbracciarlo. Ecco la drammatica storia di Hertzko, vissuta in
un mondo dove non ci sono uomini buoni, dove non poteva esserci un lieto fine.

lunedì 21 agosto 2017

CONTRO I DOGMI CHE INCATENANO LA MENTE, LA LUCE DELLA CONSAPEVOLEZZA




«Dopo il vergognoso, disumano, cruento, deprecabile, schifoso attentato a Barcellona, compiuto da ragazzi vuoti di tutto a infarciti di idee malsane da adulti che meriterebbero tutti la fine che ha fatto quel sedicente imam di Ripoll, adesso leggo che recentemente è stato sventato un attentato kamikaze su un aereo Etihad in partenza dal Libano con destinazione Australia, ordito da quattro fratelli libanesi-australiani che volevano colpire sia gli Emirati Arabi (Paese dell'Etihad) sia l'Australia, appunto, perché facenti parte della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti contro gli estremisti, più che la paura (non ne ho per niente) sento montare sempre dentro di me rabbia e odio, - scrive Calogero R. - Lo so che sto cedendo all'emotività, ma sfido chiunque a rimanere passivo di fronte a gesti di tale gravità, che causano la morte o mettono in pericolo la vita di tante persone. Per giunta, leggo anche, come cosa ormai scontata, della penetrazione in Europa di questa ideologia fanatica e distruttiva per opera della dinastia Saud dell'Arabia Saudita, appunto, attraverso fiumi di denaro che arrivano per sponsorizzare nuove moschee e centri culturali (ma che cultura è, la loro?), che si moltiplicano a vista d'occhio, e dove, soprattutto, hanno terreno fertile le idee di distruzione dell'Occidente. Mi domando che cosa stiamo aspettando per reagire contro i nostri governi, visto che sono conniventi in quanto proprio all'Arabia Saudita vendono armamenti per milioni di dollari, in pratica permettendo a questa fazione islamica e ai fanatici, che sguinzagliano per tutta Europa e non solo, di conquistare i nostri Paesi e assoggettarli al jihad e alla sharia. Sapete che cosa vuol dire? Fanatismo estremo e morte tra le più orribili per chi non si adegua alle loro folli idee. Svegliamoci, prima che sia troppo tardi! Bisogna ammetterlo: ormai gli islamici rappresentano un problema per l'Europa. E non mi meraviglierei se d'ora in poi aumentasse in modo esponenziale un pericoloso atteggiamento di rigetto e di odio nei loro confronti. Molti si chiedono che senso ha volerli a tutti costi integrare qui da noi: è come voler coltivare sul Monte Bianco la pianta di argan che cresce presso le zone desertiche in Marocco. Chi mai ha avuto questa “pazza idea”. E perché? Un giorno la storia ce lo spiegherà. Ma temo che sarà troppo tardi».
Rispondendo a Calogero, evidentemente esprimendo anche il mio parere, in effetti mi trovo d'accordo sulla situazione di allarme che segnala. Si tratta di un altro sintomo della pericolosa, minacciosa e distruttiva inconsapevolezza umana che sta dilagando nel mondo intero. Sulla religione islamica, dogmatica per eccellenza (anche se pure il cristianesimo non è affatto indenne dagli insegnamenti dogmatici), si sono innestati rami marci di fanatismo in cui il dogma, e non Allah, è il vero Dio. E così tanti giovani privi di valori, depressi, vuoti di tutto, disperati si lasciano manipolare da persone diaboliche (nel vero senso della parola, perché manovrate da satana) per compiere simili nefandezze. E poi dovremmo credere alle parole di parenti e pseudo imam delle loro moschee, che ogni volta ci raccontano che erano bravi ragazzi, che pregavano, studiavano, erano integrati, e che loro non si erano proprio accorti che erano cambiati. Sempre la stessa tiritera cui ormai non crediamo più. Parliamoci chiaro, gli islamici non possono integrarsi nella vita occidentale, aperta, proprio perché la loro religione si fonda su dogmi. Fanno riferimento a ciò che dice il Corano - lo affermano tranquillamente, in continuazione -  e magari non sanno neppure che cosa dice esattamente o lo interpretano a modo loro, all'eccesso, tuttavia da generazioni si tramandano questi dogmi che permeano la loro vita. Gli islamici sono, secondo il mio modestissimo e, molto probabilmente, criticabilissimo parere, a uno stadio di adolescenza dell'umanità, a causa proprio dell'esistenza da questa rigida rete di dogmi che impedisce loro di evolvere verso la pienezza dell'autonomia. E non è tutto. Anche molti loro comportamenti sembrano indicare che sono fermi a uno stadio di età dell'umanità pre-adulta: basta vedere l'atteggiamento di sottomissione cui obbligano le loro donne e la loro esclusione dalle preghiere nelle moschee, riservate ai soli uomini. Come non sospettare in questo, e in altro, un complesso di Edipo non risolto diffuso globalmente, naturalmente a livello inconscio? E cioè la presenza di un “attaccamento omosessuale” inconscio alla figura del Padre, che fa sì che gli uomini siano sempre a contatto tra di loro, in molte occasioni anche molto ravvicinato, pur ripudiando e condannando severamente di fatto l'omosessualità a livello conscio, come ovvio meccanismo di difesa, anzi facendo fuori in modo cruento chi si macchia di questa “depravazione”. Mentre le donne devono offrirsi loro “pure” ovvero vergini (non già “usate”da un altro, cioè dal Padre), li devono servire devotamente quasi come fanno madri amorevoli di figli narcisisticamente desiderosi di un amore esclusivo. Devono andare in giro velate e coperte nei loro visi e nelle loro rotondità, rese asessuate e insignificanti per non suscitare l'eccitazione di altri uomini, e ancora una volta incombe l'ombra ossessionante della virilità minacciosa del Padre che potrebbe vendicarsi per la gara nel conquistare la Madre. Le donne, infine,  possono essere ripudiate e lapidate, se ree di adulterio, quindi se hanno osato infrangere quel patto d'amore totalizzante che è tipico del bambino nella fase edipica. Per finire, l'odio per l'uomo occidentale e quello che rappresenta, per la civiltà che ha saputo creare, ossia ancora una volta l'odio per il Padre, cioè l'uomo adulto, autonomo, che è riuscito a imporre la propria forza, ammirato dalle donne, realizzatore di uno di stile di vita aperto, democratico, in cui tutti hanno posto e voce. Ma ritenuto infedele perché si sottrae alla sua visione paranoide, al magma di sentimenti ambivalenti di cui è preda, tenuti a bada solo dai dogmi della religione che impongono una disciplina repressiva che si vorrebbe imporre anche a tutti gli altri uomini, per neutralizzarli. Invidia, alla base, e voglia distruttrice per non riuscire, insomma, a seguire i modelli occidentali, ipocritamente disprezzati e condannati.
Qualunque religione “di massa”, del resto, è impregnata di dogmi e chiede ai singoli di seguirli pedissequamente, mentre la vera religione (quella “che lega a Dio” nel vero senso della parola) è individuale e risiede nella profondità del cuore di ciascuno, come insegnano per esempio il Buddhismo, ma anche frange mistiche del cristianesimo (vedi per esempio l'esicasmo, forma di perenne contemplazione della presenza di Dio tramandata dai monaci del Monte Athos), o il sufismo per l'Islam. I veri profeti, come per esempio il Buddha, con i loro insegnamenti lasciano in eredità a tutta l'umanità un metodo sperimentale, privo di dogmi, in cui ciascuno deve trovare in sé la propria saggezza e ciascuno ha la propria possibilità di affrancarsi dalle catene che risiedono nella mente umana priva di consapevolezza.

venerdì 18 agosto 2017

LA RAMBLA? È E SARA SEMPRE COSì, NON INONDATA DI SANGUE COME VORREBBERO I FANATICI ASSASSINI







E così ancora una volta violenza fanatica, sangue, distruzione, morte, dolore. Che non faranno che rimettere in moto il meccanismo perverso che porterà ad ancor più violenza fanatica, sangue, distruzione, morte, dolore. Non si può che essere tristi e angosciati per il fatto che la mente umana possa concepire una simile violenza sui propri simili (oserei dire fratelli), da qualunque parte venga. Ma se io fossi il direttore di un giornale o di una televisione, a costo di perdere ascolti, mi limiterei a fornire le notizie essenziali su un fatto come quello di Barcellona, o di Parigi o di Nizza o di Londra e così via, per poi passare ad altro. Perché tutto quello cui assistiamo in queste ore sui giornali e sulle tv, con le dovizie di particolari orrendi che non fanno altro che spargere terrore tra la gente, è il più gigantesco e persuasivo spot pubblicitario per Isis (o Daesh) che si possa immaginare. E chissà come i suoi esponenti di maggior spicco si stanno fregando le mani dalla soddisfazione (e hanno il cuore gonfio di macabra e satanica gioia) nel vedere quelle scene di dolore e apprendere le notizie luttuose riguardanti tante persone innocenti. Sadismo puro, il più basso grado della degradazione umana. Sì, darei uno spazio di due, tre minuti al massimo e poi via ad altre notizie. Questi assassini non meritano altro. Ed è già fin troppo. Scrivono su Twitter che intendono ammazzare tutti gli infedeli perché questi vogliono impedirgli di praticare la loro religione. Paranoia pura. Nessuno vuole impedire loro, invece, di essere fedeli al proprio fanatismo, che seguano la religione più sessuofobica, più misogina che esista, certo però non a costo della perdita di civiltà e umanità per quelli che non sono come loro. Se loro sono felici così (non si direbbe, però, che lo siano, basta guardare le facce degli assassini!)… Chiamateci “diversamente fedeli” se proprio volete, please, perché gli infedeli siete voi. Voi che odiate la vita, che vivete da morti viventi, che vorreste imporre le vostre idee anche a chi non le condivide, a costo di seminare distruzione e morte. Vi sembra un bell'esempio, un buon modo di convincere gli altri a diventare come voi? Certo, vedete la pagliuzza (ci sarà, non dico di no) che sta nell'occhio dell'altro e non vedete la trave che sta nel vostro occhio, dico parafrasando una famosa sentenza di Gesù il profeta, che voi certamente non conoscete. D'ora in poi, chiamatevi tutto fuorché fedeli. Semmai fanatici, demoniaci, pazzi (oltre che vigliacchi). E intanto che cosa avete ottenuto, finora? Barcellona, Parigi, Londra, Nizza sono tornate vive esattamente come prima, anzi più di prima. Dovete capire che non riuscirete mai a capovolgere la nostra civiltà occidentale, il meglio che ora possa esistere nonostante le inevitabili imperfezioni. Vivete e lasciateci vivere. Se a voi piace continuare così, prego, è una legittima scelta vostra. Ma non mettetevi in testa di riuscire a farci tornare ai tempi delle caverne come a voi piace vivere. Se lo credete siete solo, una volta di più, dei pazzi. E i vostri attentati, anche se purtroppo seminano fiumi di morte e dolore in un Paese e in un continente, a livello del pianeta e del creato sono come lo scoppio di un piccolo, insignificante petardo sul territorio di un continente, o il gettare un sassolino nell'oceano. Non cambierà di una virgola il corso della nostra storia, della storia umana. Il vostro ego è grande come una galassia, ed è effimero come l'esistenza. Siete destinati al fallimento, perché andate contro il corso della vita, semplicemente. Morirete uno dopo l'altro e non avrete mai pace. Alla faccia del vostro paradiso, delle vostre vergini che ovviamente non aspettano che voi (chissà dove, però) e tutto il resto in cui voi credete da fanatici quali siete. Sapete cosa vi aspetta? L'INFERNO. Fuoco per l'eternità dopo la morte, dannati come sarete a soffrire pene inenarrabili anche nelle prossime vite - voi e la vostra progenie - per questi delitti orrendi contro i vostri fratelli umani e per tutte le vostre bestemmie contro Dio, contro il creato. E adesso guardatevi queste belle foto di Barcellona. Rassegnatevi. Da oggi è di nuovo così, piena di vita, e sarà ancora e ancora così. Come Parigi, Londra, Nizza e cosi via. Perché, come dobbiamo dirvelo? NOI NON ABBIAMO PAURA! Voi, dovreste averla, piuttosto, nel rendervi conto di essere la vergogna dell'umanità e… di Dio.

venerdì 28 luglio 2017

SIAMO POLVERE DI STELLE: LA METÀ DEGLI ATOMI DEI NOSTRI CORPI VIENE DA LONTANE GALASSIE




Vorrei proporvi un affascinante articolo di Matteo Marini, tratto dalla sezione Scienze del quotidiano La Repubblica. Vale davvero la pena di leggerlo e di meditare sull'argomento. 


“Siamo fatti della stessa materia delle stelle”, scriveva l'astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan in Cosmos ben 37 anni fa. Ma ora sappiamo che metà di quella “polvere” proviene da stelle lontane, molto lontane, addirittura fuori dalla nostra galassia. La teoria si deve a un gruppo di astrofisici che sono riusciti a risalire, grazie ai calcoli di un computer, all'origine degli atomi di cui è fatta la Via Lattea. Compreso il nostro Sole, i pianeti e anche noi, gli inquilini di questo granella di materia, adesso ancora di più “cittadini dell'Universo”. 
Le stelle sono dentro di noi: “L'azoto del nostro Dna, il calcio dei nostri denti, il ferro nel nostro sangue e il carbonio nella nostra torta di mele”, diceva Sagan. Così come i peli del nostro gatto che poltrisce sul divano, il divano stesso e la carta, o lo schermo sul quale state leggendo questa storia. I miliardi e miliardi di atomi che li compongono sono materia intergalattica che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce e infine si è riunita, compressa dalla sua stessa gravità.
Ma com'è arrivata fino a qui? Grazie ai venti galattici, scatenati dall'esplosione di supernove, stelle massicce giunte alla fine della loro vita. Sono fenomeni dall'immensa energia: le più potenti arrivano a essere anche diverse volte più luminose dell'intera Via Lattea. 
«Sapevamo già che siamo polvere di stelle - spiega Amedeo balbi, professore associato al dipartimento di Fisica dell'Università di Roma Tor Vergata, e divulgatore - cioè di materiali diffusi nell'Universo da queste esplosioni che arricchiscono il mezzo interstellare. Questi venti sono correnti di particelle cariche che, a quanto risulta dallo studio, spargono atomi non solo nelle vicinanze, ma su distanze tanto grandi da arrivare fino alle galassie vicine». Viaggiano per il cosmo a velocità di migliaia di chilometri al secondo. Per formare nuove stelle e nuove galassie. 
Ad aiutare i ricercatori è stato un computer che ha simulato l'ambiente intergalattico. Uno scenario virtuale ricreato grazie al progetto Fire (Feedback in realistic environments) della Northwestern University. E i risultati sono stati sorprendenti. Il team internazionale, coordinato da Claude-André Faucher-Giguère, ella Northwestern, ha dimostrato che galassie come la Via Lattea (che contano almeno 100 miliardi di stelle) si sono accresciute maggiormente proprio grazie a questo apporto, o furto, “ai danni” delle vicine. 
Pressoché il 50 per cento della materia che le forma proviene proprio da altri angoli dell'Universo. Nel nostro caso la grande la piccole Nube di Magellano, le più vivine alla nostra, ma distanti 160 mila e 200 mila anni luce.
È da questi suoi satelliti che la Via Lattea ha riciclato la maggior parte del materiale con un processo che si ripete dalla nascita dell'Universo. «Tutto quello che serve è cucinato dentro le stelle - racconta Balbi. - La prima generazione, dopo il Big Bang, aveva a disposizione solo idrogeno ed elio, poi le generazioni successive hanno cominciato a produrre elementi più pesanti. E, ogni volta che una stella esplode, quel materiale viene rimesso in circolazione nelle nebulose, che sono anche la culla di nuove stelle». 
E da queste nebulose che “accendono” gli astri siamo nati anche noi, una volta che la materia prima è stata a disposizione. 
«Succede quando quelle nubi molecolari hanno abbastanza elementi pesanti, polveri e molecole complesse, per formare anche i pianeti e poi molecole ancora più complesse che servono agli organismi viventi - conclude Balbi.  - Anche se per ora siamo l'unico esempio che conosciamo».